In cammino verso di sé

Riflessione su (e con) Albert Steffen

di Alessandra Coretti

 

Cari amici, cari lettori!
Aspettando con gioia il nostro prossimo incontro a Torino domenica 7 giugno, quando avremo modo di presentare Albert Steffen attraverso una scelta di suoi dipinti, vi invito a una passeggiata attraverso Dornach. Non senza il nostro autore, naturalmente!

Buona lettura e un caro saluto dalla Fondazione Albert Steffen

Alessandra Coretti


Ogni anno la primavera scoppia come una rivoluzione pacifica. All’ improvviso tornano a mostrarsi i colori e foglie fresche incoronano con grazia gli alberi. Al di sopra delle loro chiome dorate e verdi, gli uccelli celebrano il tempo nuovo con i loro vorticosi giri, quasi volessero festeggiare l’epifania di una divinità: sentono il suo respiro (l’aria che si è fatta tiepida) e le aprono la strada con spettacoli di volo. Il più bell’omaggio le arriva però dalla terra, da parte della variegata popolazione dei fiori – un coro variopinto che, senza armi, vince ogni cuore.

Irresistibile si fa allora la voglia di uscire, di camminare. Di assorbire profumi e colori nel magnifico risveglio della natura. Ora che le giornate son più lunghe, vibra nell’aria una nuova energia. Una leggera vertigine afferra le persone, in città come in campagna: lì si moltiplicano i tavolini dei caffè all’aperto, qui inizia l’appassionata gara tra i giardinieri.

Cammino per Dornach stupita dallo zelo con cui dietro a ogni steccato si annaffia, si estirpa, si pianta e si cura. Voci allegre in lontananza, rumore di arnesi in sottofondo. Dappertutto vasi, tripudio di fiori e verde smagliante: ognuno si impegna a ricreare la bellezza circostante nel perimetro del proprio giardino. Continuo a camminare (ora in salita, e la vista si apre sulla valle densamente popolata), e mentre procedo rifletto sui diversi modi in cui gli esseri umani sperimentano la primavera.

I più (così, perlomeno, mi sembra) si lasciano conquistare dalla gioia della rinata natura senza opporre alcuna resistenza e diventano solari, allegri. Al punto da somigliare quasi a quei fiori cui ora dedicano tanta amorevole cura. C’è poi un’altra (credo, più rara) categoria che invece non gusta la primavera, bensì la affronta. Sono le persone che nel profondo percepiscono come tanta bellezza possa fare male. Esse avvertono con dolore la propria limitatezza di fronte alla vitalità prorompente della natura che, gioiosa, ciclicamente si rigenera, indisturbata dallo scorrere del tempo che consuma l’essere umano. Tale sofferenza confina spesso con la poesia (già le letterature antiche celebrarono questo motivo), ma è molto dura da percorrere.

Quasi come la massa calcarea che forma questa zona collinare in prossimità del massiccio del Giura. Dolce è soltanto il suo profilo, ma il suo carattere celato è la durezza. Dopo le ultime case aggrappate al pendìo, alle spalle di Dornach le rocce si stagliano come muti guardiani, ostili sia al viandante che al sognatore. Il calcare affatica le gambe. E attraverso le gambe si appesantisce anche lo stato d’animo.

Stanca dopo il lungo giro, mi metto sulla via del ritorno. Attraverso un grande prato, adesso procedendo in discesa, e ammiro un balcone fiorito adornato con gusto. Bandiera svizzera sul tetto della casa. Un gatto veglia, maestoso, con gli occhi socchiusi davanti alla porta, mentre l’ultimo sole tinge d’oro i campi. L’aria è delicata ma il terreno resta duro, e passo dopo passo cresce la fatica.

Tanto più piacevole è accomodarsi sul divano una volta arrivata a casa. E perché non leggere qualche bella pagina: il volume Autoconoscenza e sguardo sulla vita, una raccolta di riflessioni di Albert Steffen, è a portata di mano sul tavolino. Inizio a sfogliarlo distrattamente finché a un tratto mi balza agli occhi il titolo Il calcare come educatore. Sorpresa e al contempo divertita leggo d’un fiato la breve riflessione:

«Ci si lamenta del terreno calcareo del massiccio del Giura, che – lo senti anche tu? – prosciuga così tanto le forze,ma a far male son pur sempre le proprie ossa, fatte di calcare a loro volta. Il calcare, in fondo, non fa altro che dirti: supera l’indurimento. Per questo suo insegnamento dovremmo essergli riconoscenti: se il calcare non si rendesse percepibile, non giungeremmo al pensiero di riconoscere la natura vampiresca che noi stessi abbiamo.

Dunque: il calcare non ti offende, ma ti guarisce. Ringrazialo con passi da danzatore.» (p. 136)

Impossibile non sorridere! Questa riflessione mi arriva come un’inaspettata ricetta per il quotidiano, meglio: come un’indicazione per tutti i tipi di sentieri (non solo quelli locali!) attraverso la vita. Nelle resistenze naturali possiamo individuare un aiuto per comprendere la nostra stessa organizzazione. E per raffinarla. Assumendo questa prospettiva, a poco a poco si rischiara il senso di ogni percorso individuale su terreno difficile. In sostanza tutto dipende da come si avanza sul proprio sentiero – se in modo armonioso o no. Ecco perché possono sempre tornar utili le scarpe da ballo.

E qui mi torna in mente quella bella pagina di Incontri con Rudolf Steiner nella quale Albert Steffen racconta di quando, risoluto e come sostenuto da ali, aveva accelerato il suo cammino in una corsa verso i futuri compiti della sua vita. Ciò avvenne sullo stesso terreno calcareo di cui abbiamo parlato finora. Avvenne nell’estate del 1914, dopo che Albert Steffen, allora uno scrittore trentenne residente a Monaco, aveva visto per la prima volta l’edificio del Goetheanum che stava prendendo forma. A dirigere i lavori di edificazione era il suo amato maestro Rudolf Steiner. L’impressione che Steffen ricavò dalle esperienze a Dornach fu talmente forte, che una nuova forma di percezione assunse la guida dei suoi passi. Egli ricorda:

«Dopo che avevo percepito quell’edificio sacramentale come un’immagine dell’universo scesa appresso a noi, quando per la prima volta tornai nella natura, sentivo come pervaso di una musica interiore tutto ciò che i miei sensi percepivano. Le linee del Giura come delle melodie. Le rocce e gli alberi come suoni. I fiori nel prato come delle note. Il suolo su cui camminavo mi sembrava un accordo che fosse sempre sul punto di svolgersi in un armonioso canto. Mi inerpicai attraverso boschi e rocce e, invece di stancarmi, sentivo di diventar sempre più fresco. Perché?

Avevo riconosciuto nei regni terrestri le azioni delle Gerarchie che edificano anche il corpo dell’uomo. L’origine divina sosteneva la mia corsa vertiginosa. Non facevo più un passo falso. Il mio piede era certo della meta. Devo lavorare qui, pensai.» (p. 102)

Il cammino diventa qui chiara immagine di destino. Albert Steffen aveva allora presentito quanta fatica e quanta sofferenza lo avrebbero atteso a Dornach, dove si trasferì stabilmente pochi anni dopo per rimanervi fino alla fine dei suoi giorni? Certamente sì, ma questo non indebolì la sua intenzione né l’energia con cui si adoperò. Dopo la morte di Rudolf Steiner si susseguirono anni molto duri, anni ?calcarei?. Eppure, negli scritti di Albert Steffen (come anche nei suoi dipinti) ritroviamo sempre ancora quella musica interiore che aveva guidato così esattamente i suoi passi. In altre parole: il terreno rimase duro, ma non andò mai persa la poesia. Al contrario: la scrittura si prefisse mete più profonde, rigorosamente costruttive. Essa divenne antidoto, compensazione e dono, per i viventi e per i defunti. In questo senso l’arte si fa medicina. E può addolcire e ispirare il cammino di ognuno di noi lungo le vie sempre inedite che il destino individuale ci chiede di percorrere.

Alessandra Coretti

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