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LA LIBERTÀ DELL’UOMO CREATORE

Vincent Van Gogh – Seminatore al tramonto (dettaglio)

Liberi non si è, si diventa

(Estratto dal convegno «A proposito di libertà», tenuto da Pietro Archiati a Roma il 6-8 maggio 2011 – testo non rivisto dal relatore)

 

Cari amici, gentili ascoltatori,

nei giorni scorsi ci siamo già detti, a proposito di libertà, che ognuno di noi può avere la netta percezione di essere libero soltanto quando è veramente certo di non essere gestito dal di fuori. Questo è il presupposto della libertà, ma ognuno riesce a convincersi a ragion veduta unicamente attraverso un suo processo di pensiero.

Nessuno può vendere ad un altro una convinzione: posso esporre, proporre dei pensieri, dire che ne sono sinceramente convinto … però i pensieri che poi l’altro pensa sono i suoi. È esclusivamente il pensare di ognuno, che prendendo posizione, decide che cosa diventa o non diventa una convinzione. Per esempio, di fronte a un discorso, posso vedere che è ben fondato, oppure vederlo traballante. Questo è l’unico legittimo fondamento di un convincimento.

Si tratta per ognuno di noi di fare una riflessione propria, che, come prima cosa, parta da una riflessione in negativo: il mio corpo, per esempio, non è esterno al mio essere; è un frammento, un elemento sostanziale del mio essere. Ora, se su questo mio corpo io non ho deciso nulla in proprio, perché è stato prodotto dall’ereditarietà, dai genitori o dagli avi, come faccio ad essere libero?

La prima questione della libertà è che l’essere umano non è libero! E’ del tutto costretto, se il suo corpo – tanto per cominciare – non è stato architettato liberamente da lui, non è come lui l’ha voluto in modo che gli corrispondesse, ma se è stato fatto da madre natura, o se preferite, dal Padre Eterno.

La scienza dello spirito porta un’altra proposta: è un grande errore affermare che il mio corpo è stato fatto dalla corrente ereditaria, o dai genitori. No, le cose non stanno così! La scienza naturale è fondata su un errore di partenza, e dice una non-verità sulla realtà fondamentale del mio corpo.

Dall’ereditarietà vengono i mattoni – chiamateli geni, se volete –, ma un mucchio informe di mattoni non fanno un corpo! Se voglio formarmi un corpo, io, che prima di nascere sono un puro spirito, è chiaro che trovo il materiale solo sulla Terra … ma sono io, prima di tutto, a decidere da quali genitori procurarmelo. Perché se la prossima volta vorrò costruirmi un corpo afroamericano, deciderò di incarnarmi da due genitori che mi mettano a disposizione dei mattoncini neri; sceglierò liberamente il tipo di materiale che mi servirà.

Una seconda cosa ancora più importante è la strutturazione, la forma, il modo di mettere insieme la materia. Il corpo non è un cumulo informe, proprio come un mucchio di mattoni non è una casa.

L’essenza della casa sono i pensieri dell’architetto che ha congegnato la forma, la grandezza, il numero delle finestre, delle porte e dei piani.

Una prima fondamentale verità in quest’umanità sinceramente e profondamente ignorante sulla verità dell’uomo, è che il mio corpo – e questo è un frammento enorme di libertà – l’ho costruito io, l’ha fatto il mio spirito liberamente e sapientemente, in base a ciò che mi sono già conquistato. Mi sono costruito un corpo che mi corrispondesse, e che corrispondesse in tutto e per tutto al mio spirito, alla mia anima.

Questo perché il presupposto per amare, per sentirmi libero e a mio agio nella mia corporeità, è sapere che non mi è stata imposta. Il corpo che mi ritrovo è il precipitato della mia libertà del passato, in base alla mia evoluzione libera del passato, piena di colpi positivi e anche di negativi, non fa nulla … L’umano è in evoluzione proprio perché prova, riprova, sbaglia e poi si corregge, e va tutto benissimo!

Il mio corpo è ciò che evidenzia la mia libertà assoluta del passato: perché mi costruisco la mia corporeità su misura, proprio come un abito fatto in tutto e per tutto su misura per me? In base a ciò che mi sono proposto questa volta, per tutta una vita – e poi ne verranno altre, quali sviluppi ulteriori – mi sono costruito un corpo, per esempio, con una laringe tale da parlare bene la lingua italiana, perché mi sono riproposto certi cammini dell’anima, certe esperienze interiori che si possono fare soltanto parlando italiano! Un tedesco, per esempio, non può avere la più pallida idea di quello che l’animo vive in tutte le minime, infinite sfumature, quando parla, conosce e vive nel linguaggio italiano. Tutto questo fa parte dei misteri del corpo, perché se mi riprometto di esprimermi in una lingua oppure in un’altra, il corpo dovrò strutturarlo in tutt’altro modo.

Io sono libero, quindi, perché ho a disposizione tutta l’evoluzione, non solo un pezzettino, e il concetto che si vive una vita sola è un concetto di non-libertà. Se venissi scaraventato qui senza nessun esercizio di libertà nel passato, per poi morire e finire all’ inferno o in paradiso …. la mia evoluzione sarebbe già belle che finita! Che libertà sarebbe? Nessuna!

Queste due specie di paraocchi – nascita e morte – sono i due paraocchi della libertà. Come posso essere libero, se ho soltanto un centesimo di evoluzione? Mi tocca dire peste e corna di chi mi ha fatto così come sono, perché questo non mi va e quest’altro nemmeno, e poi con la morte è tutto finito!

La prima affermazione sulla libertà è che tutta l’evoluzione mi appartiene, è una potenzialità, un’offerta di cammini all’infinito, lasciati a me. Quindi tutto un passato di secoli e di millenni me lo sono gestito io; nessuno è intervenuto a farlo al mio posto.

È necessario un ampliamento di coscienza da questa vita stretta stretta – una sola! – in cui ci dicono che dobbiamo darci una regolata, sennò andremo all’inferno… perché questa non è libertà, è un ricatto morale dall’inizio alla fine, che funziona soltanto per animi bambini.

Proviamo allora ad ampliare la nostra coscienza dicendo: no, no, no, in quanto essere umano questo non mi sta bene! Corrisponde alla natura umana, così come io la vivo, avere il diritto – se la mia mente è capace di abbracciare tutta l’evoluzione, se il mio cuore sa desiderarla tutta – l’aspirazione legittima a viverla tutta, l’evoluzione!

La scienza dello spirito ci dice che è così, e finché non si arriva a vedere le cose in questo modo, non si raggiunge la verità. Possiamo dire che la nostra cultura, sia le scienze naturali sia la religione, vivono ancora in enormi non-verità, in enormi illusioni rispetto alla realtà oggettiva dell’essere umano e del suo divenire.

Sono libero quindi perché, in tutto il passato che ho alle spalle, nulla mi è stato fatto ‘dal di fuori’. Da fuori sono venuti soltanto spunti, sono venute occasioni, ostacoli, però ho sempre avuto la possibilità di gestirli io! Il mio passato è il modo in cui io stesso ho interagito con il mondo pieno di ostacoli e di tutto ciò che favorisce l’umano. In questa incarnazione mi sono costruito una certa corporeità, e mi trovo un animo, un karma, un dato destino, in relazione a ciò che mi sono riproposto di vivere.

Tutto questo l’ho deciso io liberamente e quindi anche l’andare verso il mio futuro ha senso soltanto se ho la possibilità di forgiarlo a modo mio, come mi piace, come voglio! In un certo senso la legge fondamentale dell’evoluzione umana è il libero sperimentare; che altro vogliamo di più?

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Louis Janmot - Il volo dell'anima, 1854 Musée des Beaux Art, Lyon

Louis Janmot – Il volo dell’anima, 1854 Musée des Beaux Art, Lyon

Come si fa a imparare dalle cose, dagli avvenimenti se non si ha il coraggio sincero, libero, spassionato e spregiudicato di sperimentare sempre, provare questo e quest’altro e imparare, capire sempre meglio e aggiustare il tiro? Nessuno è nato imparato, neanche il Padreterno. La Bibbia dice che ha creato il mondo e soltanto dopo averlo creato l’ha contemplato e si è accorto che era bello. Certi teologi se lo chiedono: perché non l’ha saputo prima? Perché anche lui aveva da imparare! Anche questa è una gran bella cosa, siamo tutti in cammino e l’amore consiste nel permettere all’altro di sperimentare il più possibile, in modo che possa imparare: gli sbagli non esistono.

Lo sbaglio è un abbaglio, una svista, un errore, è un errare: invece di camminare sulla via più diretta ho preso la strada sbagliata; allora ritorno indietro, e poi vado avanti su quella giusta. Il tedesco ha un’altra matrice semantica per l’errore: la categoria per lo sbaglio è Fehler, e significa che manca qualcosa. Hai provato qualcosa: se è sbagliata, vuol dire che ti manca la cosa giusta, e che se rettifichi il colpo, poi, la trovi! Quindi l’errore, lo sbaglio, non è un male, ma è la mancanza del positivo che sto cercando, e allora… continuo a cercarlo!

Il linguaggio è molto più misericordioso con noi esseri umani, ci dice: guarda che manca qualcosa. I tedeschi, poi, non sono certo sempre sinceri con il loro linguaggio! Se hai commesso un Fehler aspettati una viva reazione, quando invece il linguaggio lo dice chiaro, manca soltanto la cosa giusta: manca la verità, manca la bontà, manca l’amore….. E allora, metticeli!

Uno sbaglio esiste soltanto quando una persona ha fatto qualcosa e non ha imparato nulla. Se imparo e rettifico, sono nel giusto, va tutto bene. Ma siamo abituati, perché ci fa comodo, a mettere le cose in negativo, così abbiamo la scusa per non restare continuamente attenti, svegli, in movimento. La scusa per non continuare in cammini di conoscenza è: tanto non lo capisco! Tanto non ci arrivo, è troppo difficile… È una scusa per non far nulla.

Ma se è vero che non mi è stato mai imposto nulla dal passato, questa è la mia libertà: ho gestito io tutti i fattori del mondo e per quanto mi riguarda ho preso posizione, ho scelto, ho tirato fuori le cose che mi servivano e ho lasciato perdere quelle che non mi servivano.

In quanto al futuro, abbiamo già detto una cosa importantissima: la libertà consiste nel fatto che non mi può venire imposto nessun dovere dal di fuori. Anzi, ieri sera ho cercato di dimostrare in modo apodittico che un dovere non c’è, che proprio non esiste: non c’è nulla che un essere umano deve, esiste soltanto l’evitare ciò che è proibito. Evitare azioni proibite è un dovere? No, le azioni proibite la persona libera non le vuole fare e quindi non le fa. Allora, dov’è il dovere?

Una morale generalizzata, una legge sociale ha il diritto di stabilire soltanto quali azioni sono proibite – che non sono un dovere, sono un non-dovere – e c’è una bella differenza! Un dovere negativo sono le azioni che non sono permesse a nessuno. Basta che una persona non le voglia, non le faccia e resta libera.

Il da farsi, ciò che io ho da fare, allora qual è? Questa è la domanda in cui tutto diventa concreto e molti di voi infatti mi diranno: sì, finora hai disquisito, ma adesso dimmi cosa devo fare, come mi comporto nel concreto? Questa libertà di cui tu parli nella stratosfera, portala quaggiù! Concretamente, cosa significa essere liberi in situazioni difficili, in situazioni complesse, in scelte dove io non so mai cosa devo decidere?

Oggi cercheremo di scendere un pochino di piano, e la prima cosa da notare è che nessuno ti può dire ciò che tu hai da fare, non esiste. Nessun altro sta nella tua pelle, nessun altro è nella tua situazione di vita; in una data circostanza come ci si comporta? Lo può sapere soltanto chi c’è dentro! Cosa significa esserci dentro? Significa vivere una certa situazione e sentire quali forze mi richiede.

Io magari vado dal padre spirituale per chiedergli come mi devo comportare, ma lui, poveretto, con tutta la buona volontà non è nella mia situazione, non la vive, non sa quanta pressione questo frangente eserciti, non sa quali forze sono in me, di che cosa sono capace…, e mi dovrebbe dire dal di fuori come mi devo comportare? Ma è un assurdo! L’unica risposta pulita sarebbe: “Guarda, nella tua situazione di vita sei soltanto tu ad avere voce in capitolo, soltanto tu hai autorità per sapere che cosa ti va o non ti va di fare, di cosa sei capace, che cosa è troppo o è troppo poco per te”. Come fa qualcuno dal di fuori a sapere tutto questo?

Perché in fondo la domanda “che cosa devo fare?” è anche molto concreta, significa “che cosa sono in grado di fare?” Fin qui ce la faccio, da qui in poi non ce la faccio più. E me lo deve dire un altro? Ma è una cosa assurda, lo devi sapere tu! E se non riesci in due giorni a sapere quale decisione prendere in una situazione complessa, prenditi spazio, datti tempo!

Non è detto che una decisione importante, complessa, debba venir presa in tre giorni, se così come sei hai bisogno di tre mesi… Prenditeli, tre mesi, e se senti pressioni dall’esterno, se senti qualcuno che insiste pertché tu ti decida prima, dagli dei bei calci nel sedere! Ti irrobustirai le gambe e irrobustirai il sedere all’altro: una cosa bellissima! Noi viviamo di una morale molto costrittiva, dove ognuno si è messo in testa di sapere che cos’è il bene generalizzato e che cos’è il bene per l’altro, e oltretutto ognuno sa sempre che cos’è il bene per l’altro e non sa mai cos’è il bene per sé stesso!

Ieri ci siamo detti che è pura illusione che mi venga imposto un dovere dal di fuori, non c’è nulla che io devo: nessuno ha il diritto assurdo di dirmi qualcosa che io devo, non esiste. Va esercitata questa libertà, questa liberazione negativa: nessuno ha il diritto di dirmelo! E bisogna avere la forza di rintuzzare questi tentativi. Qui diventa tutto molto concreto, è un esercizio concretissimo: prima di tutto, occorre accorgermi che questo capo di azienda, o questo papa, ha degli interessi nei miei confronti. Devo accorgermi se li ha, devo sapere che mi vuol manipolare, mi vuole gestire dal di fuori. Occorre che mi eserciti ad essere ben sveglio nella coscienza, e accorgermi di quanti sono gli  infiniti tentativi di gestirmi.

Come seconda cosa, nella misura in cui me ne accorgo coscientemente, occorre che mi eserciti a dire: no, no! Tu non ne hai il diritto. Questo va fatto, è un esercizio molto concreto che facciamo troppo poco, perché non ci accorgiamo che il novanta per cento dei rapporti umani è reciproca gestione, mentre dovrebbe essere l’opposto: far di tutto per creare per l’altro, che mi sta accanto, spazi di libertà il più ampi possibile. Una libertà assoluta non c’è, ma posso fare in modo che l’altro si possa muovere a modo suo il più possibile!

Peraltro, quelle che adesso sto cercando di dire balbettando, sono cose fondamentali. Se vi sembrano ideali, stratosferiche, solo riferite al modo in cui io sono chiamato ad amare la libertà dell’altro, a creargli spazi…. basta invertire la prospettiva e chiedersi: cosa vorrei io dall’altro? Come vorrei essere amato dall’altro? La prima cosa che vorrei è che non mi gestisca, che non mi dica lui cosa devo fare, perché voglio scoprirlo io; soltanto io posso sapere che cosa mi va di fare, cosa mi corrisponde e mi porta avanti o che cosa in questo momento non c’entra nulla con me.

Perciò la massima dell’amore e della libertà è: fai all’altro, comportati con l’altro come vorresti che l’altro si comportasse con te. Io vorrei che l’altro facesse tutto quello che può, per mettermi a disposizione tutti gli strumenti che mi consentono di essere il più libero e il più creativo possibile. Una persona che può sperimentare all’infinito è subito convincente, perché questo è ciò che ognuno di noi, anche se non lo porta a coscienza, desidera sinceramente.

Un dovere che mi viene imposto dal di fuori invece proprio non va, perché la sorgente del bene e del male è dentro di me, è quella che discerne ciò che è bene per me e ciò che è male per me. E il criterio in base a cui vengo a sapere sempre meglio, in chiave di sperimentazione, ciò che è bene per me e ciò che è bene per l’altro, è la fantasia dell’amore, la fantasia morale individuale.

Questa fantasia morale, questa intuizione morale, agli inizi nasce soprattutto dal cuore. Però il cuore poi vuole chiedere alla mente, vuole la luce della mente, perché lui può anche sgarrare. Nell’intuizione del cuore ci sono anche emozioni egoistiche; si tratta allora di farla dialogare con la testa. Per rispondere alla domanda “come mi comporto in questa situazione?”, bisogna che il cuore parli con la testa e la testa parli col cuore; il cuore deve intridersi di luce di pensiero, che è fatta apposta per disaminare, per conoscere in modo più complesso e completo possibile il mio essere in questa situazione, e la situazione altrui.

Il cuore è fatto per amare l’essere mio e abbiamo già detto ieri che l’amore sommo di sé è l’amore all’altro. Io amo me stesso, vivo nella pienezza, mi evolvo in positivo al massimo quando amo l’altro, quindi l’amore dell’altro paradossalmente è il modo migliore, quello in assoluto più genuino, di amare se stessi. Nell’amare l’altro, indirettamente, come una specie di dono gratuito, ricevo il migliore amore verso me stesso, perché amando l’altro cammino nell’intento di amare l’altro sempre meglio e la mia mente si accende di intuizioni sempre più profonde su quello che posso fare.

È proprio il desiderio di amare che mi rende sempre più inventivo, che rende la mia mente sempre più profonda nel capire i misteri del mondo e, nell’intento di amare, le mie forze di volontà aumentano sempre più, quindi io progredisco e mi realizzo al massimo. E quando questo binomio di amare il prossimo tuo come te stesso funziona – perché puoi amare te stesso soltanto amando l’altro – l’esperienza della gioia, della pienezza, dell’autorealizzazione sono una conferma che mi dice: sì, sì questa è la pista da continuare a seguire, qui vai bene, perché l’altro è contento.

Ma cosa vuol dire amare l’altro? Non si può amare direttamente l’altro, perché l’altro io non lo conosco! Voglio essere un po’ inesorabile nel pensiero, e mettere sotto il microscopio questa affermazione: «Io ti amo». Quando una persona mi dice così, questa sua asserzione è un usurpare, un soverchiare, è un esercizio di potere assolutamente fuori posto! Perché dire «io ti amo» presuppone che io ti conosco, che io ti ho; per poterti amare ti ho. Ma come ti permetti tu di amarmi? Questo intento di amarmi è un tuo desiderio di gestirmi in assoluto, non hai il diritto di amarmi!

Questa inesorabilità è soltanto una provocazione al pensare; dire che ti amo è un modo fuorviante di dire le cose. Quando una persona me lo dice, a me viene voglia di darle il famoso calcio nel sedere, perché è un’invasione su tutta la linea. Ma lasciami respirare, no? Come ti permetti? Intendi dire che io devo, devo, devo corrispondere a questo amore?

Se questo «io ti amo» è un terremoto che non mi lascia libero, qual è il modo corretto di esprimersi?

Ieri dicevamo che le leggi vanno formulate in termini di divieti e che il modo di formulare è molto importante perché il linguaggio esprime la pulizia o la non pulizia di pensiero. Allora, visto che questa affermazione dell’altro, che dice che mi ama è terrorismo puro, come facciamo a ripulirla?

Quello che il cuore vorrebbe dire è: «io amo la tua libertà!». Ma allora tu adesso devi tacere e ascoltare da me, sentire da me che cosa mi consente di essere più libero e che cosa invece mi rende meno libero.

In fondo, la domanda sincera dell’amore non è nel dire che ti amo, mi impongo sul tuo essere e tu, poveretto, non scappi! Se invece dico che vorrei amare la tua libertà, la migliore domanda dell’amore è: che cosa vuoi da me? Questa è la domanda realistica dell’amore!

Qui la si cala nel concreto, perché affermare ‘ti amo’ è auto godimento.

Si gode il proprio essere pieni di amore, si ama se stessi – cosa bellissima – che però non ha nulla a che fare con l’amore per l’altro.

Se amo la tua libertà e voglio fare tutto quello di cui tu hai bisogno perché tu ti senta sempre più libero, allora ti chiedo: “cosa vuoi da me”?

Odilon Redon - Parsifal 1891

Odilon Redon – Parsifal 1891

Quando faccio questa domanda, poi devo star zitto, devo ascoltare dall’altro che cosa lui davvero vuole.

E se mi dice: «Guarda, in questo momento sarei molto felice se tu sparissi…»?

Proviamo a invertire la cosa: quante volte io desidererei che l’altro sparisse per un’oretta? Se lo riferisco a me, la cosa è semplicissima: se lui fosse attento si renderebbe conto che in questo momento mi dà veramente fastidio e andrebbe nell’altra stanza, o anche trecento metri più in là, e tutto andrebbe bene!

In altre parole l’amore non è goduria animica, amore è l’attenzione all’altro che mi porta a fare quello che lui, nella sua libertà, desidera da me. Ma noi siamo abituati a restare sempre in noi stessi …. mentre l’esercizio dell’amore è mettersi nei panni dell’altro. 

Fine prima parte

A PROPOSITO DI LIBERTÀ Relatore Pietro Archiati Tracce audio

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