di Albert Steffen
Dalla Rivista Antroposofia, agosto 1958
In quanto siamo uomini rivolti solo al mondo dei sensi, l’autoconoscenza può portarci alla disperazione. Se guardiamo entro noi stessi soltanto con la coscienza quotidiana, sperimentiamo in fondo il nulla. In nessun caso infatti, nella civiltà attuale, avviene che, immergendosi nella propria interiorità, si trovi così senz’altro lo spirito che crea. Avviene piuttosto, fin troppo spesso, che si sia afferrati da istinti inferiori, i quali si rivelano come qualcosa di distruttivo, e anzi a guardar bene odiano perfino, scherniscono e rinnegano il sé superiore, o quanto meno quasi lo avviluppano e soffocano con una rete di pensieri vani. Si tratta di un triplice annientamento proveniente dal sé inferiore, che in tal modo si desta nell’uomo e uccide il pensiero, paralizza il sentimento, perverte la volontà. L’immagine dell’uomo diventa una maschera, dai cui buchi guardano spalancati occhi insensati, i cui tratti mostrano caratteri bestiali, i cui gesti hanno assunto la meccanicità di un robot. È dunque l’uomo in balia della morte, della bestia, del tiranno che egli porta in sé? E che cosa può salvarlo dalla rovina?
Forse egli diventa strumento di una potenza a cui non può resistere? Gli sta forse davanti un’immane caduta nell’abisso? Questo dunque porta con sé la vita in cui egli è stato posto fra nascita e morte?
Egli si trova irrimediabilmente intricato nella terra che è votata alla rovina. E gli sembra che un tal fatto non debba essere sottaciuto dalla scienza, e che debba essere rappresentato dall’arte. E ciò avviene oggi. Esistono ormai quasi solo opere filosofiche e letterarie siffatte; e gli uomini vivono secondo il loro modello. Il disperato allora dice: se è così, non voglio più vivere.
Può venirgli in soccorso solo qualcosa che operi al di là di quella morte a cui, per la sua disperazione, egli sembra soccombere; qualcosa che abbia dunque superato la morte, e sia perciò in grado di mostrargli che esiste un pensiero che redime, un sentire che ravviva, un volere che porta alla rinascita, un uomo superiore che è attivo prima della nascita e dopo la morte, non solo nell’esistenza terrestre ma anche in quella cosmica. E – cosa meravigliosa – questo più alto anelito può essere colto dall’autoconoscenza, sebbene in forma diversa che non la brama inferiore. L’uomo che conosce se stesso può giungere a tanto, mediante la disciplina dello spirito che si offre ai pensieri cosmici, alle forze cosmiche, agli esseri cosmici, onorandoli, accogliendole in sé, operando con loro e sollevandosi in tal modo dal suo io personale all’io dell’umanità.
Egli si avvede allora che le potenze creatrici gli dispensano Grazie. Gli vengono in soccorso i pensieri divini, le forze celesti del linguaggio, le azioni degli esseri delle Gerarchie. Ora egli stesso coopera al divenire del mondo. Ma può farlo solo prendendo risoluzioni sempre nuove, fondandosi sulla libertà del suo io, e superando egli stesso a ogni istante, mercè l’uomo superiore, l’inferiore che vorrebbe soccombere alla disperazione.
In questo egli può essere solo se stesso.
Qui non esistono epigoni.
Nella natura è attivo lo spirito. Le leggi naturali dominano come una necessità nelle migrazioni degli uccelli viaggiatori, nella tela del ragno, nel crescere e appassire delle piante, nella struttura dei cristalli. Soltanto nell’uomo regna la libertà. Essa nasce quando l’uomo si svincola dalla natura. In tal caso l’uomo è una sopra-natura. In quanto natura, l’uomo è ancora soggetto alla necessità, come la pietra, la pianta e l’animale. Diventa libero solo se possiede qualcosa che nella sfera del terrestre la natura non ha, se possiede l’io, che è per lui l’essenziale. In quanto io, l’uomo sarebbe spirito solo se questo io creasse similmente a come la natura crea i suoi regni. Ma l’io, nella forma in cui l’io ne è cosciente, non è ancora creatore. Può creare solo nell’ambito del divenuto, ossia del minerale; può per esempio costruire una casa, scolpire una statua, dipingere un quadro, creare poeticamente una vita. La materia di cui l’uomo si serve è morta, o viene uccisa da lui; tuttavia – e questo è l’essenziale – configurando la materia, l’uomo, pur non producendo una vera vita, effettua però una trasformazione della morte, un potenziamento della vita. Ché indubbiamente un’opera d’arte può trattenere la morte, e può perfino convertirla in resurrezione.
La parola può condurre alla rinascita se viene usata da un uomo che se ne serve senza egoismo (in libertà e amore). Un’architettura, una statua, una pittura, una poesia, una sinfonia, possono appunto produrre effetti risanatori. In tal modo l’uomo che crea si avvicina alla forza creatrice della natura; non però in quanto questa forza fluisce come nella natura per necessità, ma in quanto l’uomo la configura in libertà. L’io che si genera nell’uomo attraversa stadi preparatori entro il corpo fisico che è perituro, prima di rivelarsi in se stesso come un’eterna entelechia. Il primo stadio consiste per l’io nel ricevere percezioni dal mondo esterno e nel formarsi giudizi su di esse. Come secondo stadio l’io può accogliere in sé queste percezioni in forma di rappresentazioni e trasformarle con la fantasia. Può congiungere i giudizi con la volontà, cosicché essi diventino moti dell’anima. In tal modo l’io si allontana dalla realtà esterna. Con la menzogna può falsare interamente la realtà esterna e con l’egoismo può del tutto annientarla. Può però anche glorificarla e risanarla. La fantasia ha il potere di sviluppare, in senso morale o immorale, le rappresentazioni derivate dalla percezione sensoriale. In tal modo essa si avvicina a una facoltà soprasensibile: alla formazione delle immagini, all’adempimento delle idee, allo spirito che crea la natura; ma in libertà e non più ora per necessità.
L’anima che aspira a muoversi senza egoismo, cerca di guardarsi dal male. Rinuncia in se stessa all’impulso che potrebbe produrre l’annientamento del bene. Cerca perciò di diventar cosciente del proprio influsso sull’altro uomo e si traspone in lui per rendergli giustizia, il che è possibile soltanto mercè l’amore verso il prossimo, che può attuarsi solo se ha radici nella libertà dell’io. Altrimenti non potrebbe liberarsi dall’egoismo. A ciò la conduce la voce della coscienza che le mostra, quasi in una preveggenza, le conseguenze di quell’agire che è un risultato del giudizio. Non giudicare affinché tu non sia giudicato, dice questa voce nei più profondi ed essenziali sostrati dell’io, che è un giusto giudice. Ma ciò porta all’identificazione del proprio essere con l’essere altrui.
In quanto poi la fantasia morale guidata dall’io, la fantasia morale che si manifesta nelle immagini concepite dallo spirito, si congiunge con la voce della coscienza che mostra la via all’Io dell’umanità, nell’uomo si schiude l’udito per la Parola che si è fatta carne. E l’uomo diventa discepolo di Colui che è la via, la verità, la vita. Senza l’uomo la storia non ha significato. Ma l’uomo quale significato ha? Ne acquista uno solo mercè la destinazione che egli stesso dà alla propria esistenza, fondandosi unicamente su ciò che per lui è essenziale, sul suo io, ossia sulla libertà che egli attua in sé e rende possibile negli altri.
Applicando ciò alla storia: Giulio Cesare ha agito in libertà e conferendo libertà? Se anche non nella sua vita di allora, forse però nelle successive incarnazioni. Dopo il mistero del Golgota che per eccellenza conferisce la libertà, senza dubbio presto o tardi egli avrà incontrato, o incontrerà, lo spirito che procede dal rappresentante dell’umanità. Su questa via, le ripetute vite terrene sono delle tappe. Nessun destino mai si conclude entro l’esistenza corporea. Essere storiografi significa in fondo mostrare ai destini le tappe finora percorse dall’umanità. Ogni altra forma di storiografia (e specialmente quella che si fonda sui metodi scientifici) resta deterministica.
Affermare che la storia del mondo sia il giudizio del mondo, è mosaico. Il giudizio stesso del mondo, in quanto tale, infatti è solo una tappa sulla via della redenzione del mondo, sulla via che va dalla storia terrestre alla storia celeste e da questa alla creazione di una nuova terra per opera dell’uomo nuovo. Costui è già nato col Cristo, astro dell’umanità.
Nella storia non è lecito usare il metodo induttivo. Ché in essa si tratta sempre di casi particolari, i quali non possono mai venire generalizzati. Anziché presentare i fatti, si dovrebbero presentare le entelechie che li hanno originati, sia in forma di individualità attive, che passive. Perciò il vero senso della storia può manifestarsi nel miglior modo per opera del drammaturgo, il quale conduce i suoi personaggi, attraverso paura e compassione, fino alla catarsi, fino a conoscere la via dell’espiazione e a percorrerla in libertà, anche se, peraltro, gli Dei li debbano aiutare. Essi devono però essere certi della Grazia di Colui che, Dio egli stesso, è divenuto uomo.
