di Albert Steffen
Da Rivista Antroposofia marzo 1960 n.3 – “Das Goetheanum” 10 gennaio 1960
All’interno del nostro organismo hanno luogo continuamente dei processi che non siamo in grado di percepire come tali con la coscienza ordinaria. Lì sono all’opera delle entità di cui a tutta prima non possiamo saper nulla. La loro attività si esplica sì nella nostra vita esterna, ma noi non ne possiamo distinguere i nessi. Le leggi che sono attive nel destino giacciono in una profonda oscurità, per cui con il nostro intelletto quotidiano noi dubitiamo perfino che esse esistano.
Al destino di ogni singolo uomo partecipano altri uomini. Liberamente o di necessità, prendono parte reciproca ai loro destini. Rappresentiamoci tutti coloro che abbiamo incontrato e con i quali siamo in un certo rapporto. Ne risulta un gruppo più o meno definito.
Se mi raffiguro vivamente l’insieme dei miei conoscenti e mi ci immergo, allora ho la sensazione che da un lato questo insieme trascenda il mio io e che dall’altro io ne allarghi la cerchia. Questa cerchia non può mai conchiudersi perchè l’uomo, in quanto uomo, può sempre essere creativo. Conforme all’essere suo, l’uomo è libero e ha interesse per il mondo. Inconsciamente noi operiamo sempre l’uno sull’altro. E ciò può avvenir certo anche consapevolmente, in modo sia positivo che negativo.
Ogni gruppo di uomini ha uno spirito che si estende oltre la singola persona. Può esserle superiore o inferiore. Così pure lo spirito del popolo. Anch’esso configura i destini. E ancor più lo spirito del tempo che trascende lo spirito del popolo, e che in quanto tale viene a sua volta accolto nell’umanità intera. L’io partecipa al tu, al divenire dello spirito del popolo, al corso della storia, all’evoluzione della terra, a tutto il cosmo.
Sebbene tutto ciò non si svolga in piena coscienza, non è per ciò meno efficace. Vi han parte non soltanto uomini viventi, ma anche morti, personalità divenute storiche, eroi e santi, e persino potenze della natura ed entità cosmiche. Tutto ciò è intessuto nel destino umano. Perciò gli antichi dicevano: sopra gli Dei regnano le Moire.
Non è possibile, durante la veglia, farsi un’idea chiara del destino, come non è possibile farsela del sonno. Ma se il sonno divenisse cosciente, allora anche il destino dovrebbe svelarsi. Donde il problema: come potrà l’io destarsi, quando l’uomo dorme, e come potrà fare indagini altrettanto coscientemente quanto ne fa di giorno con i sensi e con l’intelletto usuali?
Quand’è che siamo al massimo desti? Lo siamo certamente quando, per osservar le cose, usiamo il senso più desto, l’occhio. E ciò avviene alla luce del Sole che illumina il mondo. Evidentemente, però, solo quando non siamo accecati dal suo splendore o ottenebrati dal crepuscolo, ossia anzitutto nella piena percezione dei colori.
Se prestiamo attenzione allo stato d’animo suscitato in noi dai colori, la coscienza di veglia si interiorizza. Essa s’innalza e si approfondisce insieme. Quando non siano percepiti solo con i sensi ma anche con l’anima, noi riusciamo a trattenere i colori perfino se chiudiamo gli occhi. Possiamo anche, mediante un esercizio apposito, ricordarli, interiorizzarli. Finchè riusciamo a trattenerli in un siffatto interiore ricordo, cosa che esige un’energia spirituale, interiormente non ci addormentiamo. Anzi diveniamo ancor più desti che nella coscienza dei sensi. E sviluppandosi la nostra coscienza a un grado superiore, ci accorgiamo di aver liberato dai colori un più profondo essere. Ora essi acquistano un’impronta animico spirituale.
Quando con i sensi si percepiscono i colori nel mondo esterno, essi stanno ancora attaccati alle cose. Sono ancora essi stessi oggettivi, sono apparentemente ancora qualcosa di divenuto, qualcosa di morto, perfino se appartengono ad esseri viventi come le piante e gli animali. Ma ora che li abbiamo ridestati in noi svincolati dai regni della natura, essi si rivelano come le azioni e i patimenti della luce. Così essi ci additano la loro origine. E possono farlo quanto più l’uomo attiva in sé facoltà spirituali.
Finché l’uomo permane nell’attività dell’intelletto, il colore gli trasmette immagini del regno minerale. Se ricorre ai suoi istinti, il colore gli trasmette forme del regno animale. Lì, sfumature del lato freddo dello spettro dell’anima (blu e violetto); qui del lato caldo (giallo e arancione). I colori che svincoliamo dal corpo della pianta e ai quali conferiamo la vita di questa, stanno nel mezzo come esseri in pieno sviluppo che, trasferiti nella sfera del sentimento, la pervadono, ravvivano il respiro, purificano il sangue, si presentano in luce eterica. Come verde, erano stati immagine morta della vita, finché appartenevano ancora alla pianta come sue qualità. Ora diventano immagini vive dell’anima in cui si specchia il Sole spirituale.
(confronta R.A: anno X pg. 174)
Il fior di pesco è già un colore soprasensibile, quando il senso interiore si immerge in esso, conduce alla percezione del Sole di mezzanotte.
Nel capo, ossia nella struttura corporea che, sotto forma di cranio, si avvicina al massimo al minerale e conduce nella sua sfumatura naturale più pura alle forme dei cristalli, il blu dovrebbe ghiacciarsi, se non fosse riscaldato dal cuore.
La forma più mirabile, nata dallo spirito, vivificante il morto pensiero, si sprigiona dalla fronte come una stella, nella figura dell’angelo.
Nel corpo che attraverso la sua natura istintiva si esprime nei movimenti degli animali, l’arancione deve ricevere ali dal respiro, se non vuole abbrutirsi nella giungla delle brame ed incendiarsi nel deserto delle passioni.
Gli esseri che dominano nella coscienza e che risvegliano la compassione per il creato, ne rialzano dalla più profonda caduta la creatura somma, e additano all’uomo il suo prossimo gradino, l’angelo che come uno spirito custode veglia sul suo sonno.
Tali processi si svolgono in poderosi drammi dell’anima, che si annunziano con burrasche spirituali da cui tutti gli elementi sono sconvolti, fra lampi e tuoni, sui quali però sempre l’iride si inarca.
A questo spettacolo che si svolge ogni notte al cospetto dell’io dell’uomo, noi perveniamo grazie all’esperienza spirituale del colore.
