DAGLI APPUNTI DI UN CERCATORE DELLO SPIRITO

di Albert Steffen

 

Dalla Rivista Antroposofia, gennaio 1964 n.1 – Das Goetheanum, 27 ottobre 1963

 

Se voglio scandagliare il mio destino, devo comprendere anche il sonno nell’auto osservazione. Questa mi svanisce quando mi addormento, e mi ritorna al risveglio. La mia attenzione dovrà perciò dirigersi a questi due momenti. Affinché essa non mi sfugga, devo rafforzare la coscienza. Riesco a farlo se sollevo alla sfera del sentimento le impressioni dei sensi, e se inserisco anche i sogni nel campo dei pensieri. Se mi esercito in ciò, configurando moralmente la mia percezione sensoriale e purificando la mia volontà, allora ben presto mi accade di addormentarmi con tutt’altre sensazioni di quelle con cui mi sveglio. La sera io mi accorgo di come le esperienze diurne si allontanino da me. La stanchezza del corpo passa. Divento leggero. E proprio se ho dovuto soffrire nel corpo, ora mi coglie un senso di benessere. Mi ci sommergo. Ma se riesco a compenetrare questo senso con chiarità di pensiero, allora vi sperimento un alcunché di germinale. È il destino in via di divenire. Forze che operano alla sua formazione mi fluiscono incontro. Ed ora si tratta solo di far sussistere la coscienza, di interiorizzarla, e di giungere così alla visione del destino. In tal modo si apprende qualcosa di ciò che ci è riservato in futuro.

Se però ci si addormenta senza questa catarsi (che in passato gli uomini ottenevano con la preghiera) e si portano con sé le brame e le passioni che il giorno ha vorticosamente suscitato in noi, queste allora divengono simili a immagini e si presentano in forme subumane (in figure animali). Il sognatore ne è atterrito, le scansa, e per fuggire loro cade nel sonno profondo, e tanto più pesantemente quanto meno evoluta è la sua coscienza. Egli non potrebbe sopportare le conseguenze di una vita immorale. Sfugge al suo sé superiore (perciò i delinquenti dormono così bene).

La mattina al risveglio l’uomo conserva come in un’eco la sensazione di ciò che ha sperimentato durante la notte. È il destino che egli porta con sé dal suo passato e che grava su di lui. Egli lo dimentica in quanto si volge di nuovo alla vita esteriore e lo ricopre con le impressioni incalzanti del giorno: corre a rompicollo per lo più in automobile ai suoi affari, e non si avvede che sebbene questi vadano a gonfie vele, in fondo egli è al cospetto del suo fallimento spirituale.

Così fra l’addormentarsi e il risveglio egli opera sul suo destino; e quando le cose gli vanno storte, impreca. Non vede che dalla notte il destino s’intromette nel giorno.

Dovrebbe rendersi chiaramente conto che dal lato del giorno sono le impressioni sensoriali a fluirgli nella vita dell’anima, e dal lato della notte sono gli influssi dell’anima. E che entrambi si congiungono nel destino che lo colpisce. Dovrebbe proprio riconoscere che quando la sera si addormenta, gli è possibile avere un presentimento di quanto sperimenterà dopo la morte, e che potrebbe regolarsi in proposito. Quello che ha fatto nel corso del giorno, ora si capovolge. Quello che ha cagionato ad altri, ora lo sperimenta su di sé; perché avendo abbandonato il corpo, vive nel cosmo che appartiene a tutti gli uomini. Sente di aver agito nell’altro, lui egoista, contro l’io dell’umanità. Sente il suo compito universale, sente di non averlo assolto. Questo resta una sua colpa nei confronti delle potenze creatrici che gli hanno conferito l’essere.

Il vecchio destino è sopportabile soltanto se se ne inizia uno nuovo. E questo lo si fa nell’istante in cui si configurano moralmente le impressioni sensoriali e si purificano gli impulsi che affiorano dalla vita del corpo. Colui che in tal modo si esercita pazientemente, sia nell’agire che nel patire, secondo che la vita lo esige e lo dispone, giunge a comprendere il dominio della giustizia universale, e presto o tardi riconosce che cosa stia alla base degli incontri umani che hanno determinato il suo destino. Perché abbia avuto proprio questi genitori, questi maestri, questi amici, questi compagni di vita, perché sia nato in questo paese e in questo tempo.

La reincarnazione dello spirito umano, fondata sulla giustizia universale, non ammette nella poesia l’atteggiamento del giudice. Il poeta non deve condannare le persone dei suoi drammi, ma deve redimerle. Le conseguenze di una cattiva azione, che si palesano non nella vita terrena attuale ma nella successiva, devono risultare dalle leggi del destino. Queste dunque sono da investigarsi.

In una sola incarnazione esse non sono visibili all’osservazione esteriore. Gli effetti animici delle azioni morali o immorali sono bensì presenti e, come tali, da riconoscersi spiritualmente, ma restano fisicamente nascosti. In un primo tempo non vengono né premiati né puniti. Qui la legge viene meno. I più grandi delinquenti girano liberi. La voce della coscienza che vorrebbe farsi sentire, viene sopraffatta dall’istinto e fatta tacere dall’intelletto. Una tazza di tè può essere sufficiente a farla estinguere, un viaggio in automobile o in aeroplano a sviarla. Un altoparlante, e ve ne sono dappertutto, la soffoca col suo frastuono.

Solo quando il corpo è abbandonato, la voce della coscienza acquista un volto mistico. Talvolta l’acquista già indistintamente durante la notte, nel sogno che, con la sua forma immaginativa, preannunzia una successiva realtà. Con maggior certezza, però, dopo la morte. Allora diventa manifesta la meta che la voce della coscienza si propone. Essa possiede una potenza creatrice. Porta, operante in sé, la forza formatrice del linguaggio archetipo. Si rivela come la potenza rappresentante del Logos, da cui il mondo è divenuto e che provvede il corpo dell’uomo per la prossima vita terrena, vagliando la passata; come maestra del poeta vero, come colei che gli conferisce la fantasia morale che conduce alla purificazione, alla catarsi, alla riparazione delle opere malvage e al compimento delle azioni buone; come colei che lo fa guardare indietro e, sulla scorta della vita passata, gli insegna a configurare la ventura.

La voce della coscienza porta il poeta da un lato a superare le potenze che degradano, e dall’altro a rafforzare le idee che innalzano; così egli può trovare e può consolidare l’uomo superiore in due direzioni, come uomo che conosce e come uomo che ama.

Allora egli è anche in grado di incontrare, in modo universalmente valido, il nucleo essenziale degli altri uomini.

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