Il mio sé è risorto dalla particolarità
e si ritrova come manifestazione del mondo
nelle forze del tempo e dello spazio;
il mondo mi mostra ovunque
come archetipo divino
la verità della propria immagine
Io e mondo hanno mutato la loro relazione, per via della condizione di coscienza dell’uomo a quaranta giorni dalla domenica di Resurrezione. Tutti gli anni è successo cosi, anche quando non ce ne accorgevamo. In condizioni più “invernali” io mi distinguo chiaramente dal mondo, come distinguo il giorno dalla notte o dai crepuscoli: quant’è diversa la coscienza di veglia del pensatore da quella di sogno!, in cui tutti i confini pericolosamente vengono infranti e regna con-fusione.
Qui invece l’Io dell’uomo – il mio sé è risorto dalla particolarità – può sollevarsi dalla sua specificità, fino ad assumere tratti più universali senza perdere se stesso, in una condizione di coscienza in cui si vive il proprio sé come se fosse il Risorto. In cui ci si identifica con Lui. Allora si può comprendere quel “come manifestazione del mondo nelle forze del tempo e dello spazio”, perché dal Mistero del Golgota in avanti il Cristo si è unito alla Terra, che ha spazio e materialità, e pure alla sua atmosfera, che in antroposofese si chiama corpo eterico della Terra, che come il corpo vitale nostro è “fatto di tempo”.
Questa – relativa al componimento 6, dice Claudio Gregorat – è un’esperienza occulta molto importante: si consegue quando il corpo eterico riesce a svincolarsi, temporaneamente, dal fisico e si dilata su tutto ciò che è cosmo eterico. Questa esperienza può mostrare finalmente quello che l’uomo è originariamente, nel suo archetipo primordiale scaturito dal grembo della divinità. È la sua vera immagine, la sua reale figura: che si vede ora rispecchiata ovunque intorno nell’universo eterico.
I versetti rispondono alla domanda: quando io sono io? E: dove sono io? Di solito mi rispecchio con la coscienza diurna nel mio corpo fisico anche materiale, qui invece c’è il mondo che mi fa da specchio, con i suoi fenomeni spaziali e temporali. E lì ritrovo me stesso come ogni cosa, nella sua verità di archetipo divino, di creazione divina, e non più nella maia.
Tutto questo viene rispecchiato dalle nubi primaverili in movimento.
Queste nubi non velano la realtà, ma la rivelano. Negli specchi solitamente non troviamo la realtà: non nel nostro corpo fisico materiale spaziale che ci permette di cominciare a sentirci individui, non nelle nostre opinioni colorate di sentimento e desiderio – tutto questo è soggettivo, legato alla particolarità dalla quale però il nostro sé è risorto.
Nel componimento 6 non compare la parola tecnica della resurrezione, mentre nel 5 c’era, al gerundio: auferstanden. Qui, forse per motivi metrici, c’è erstanden che vuol dire si è sollevato, si è levato, è nato.
Agli Apostoli che guardavano il cielo, persa la chiaroveggenza, è sembrato che Lui sparisse, se ne andasse lontano, altrove, mentre è tutto il contrario. È solo scomparso alla loro visione, e occorrono forze rinnovate, che essi acquisiranno nei dieci giorni successivi a questo obnubilamento loro. Attraverso il vivere l’angoscia, la mancanza, la solitudine, il disorientamento e l’attesa.
Il Calendario dell’anima come gli Atti degli Apostoli (1,1-11), come il canto gregoriano Viri Galilaei, ci consola, dicendo: Lui verrà!, come se ne è andato, così su quelle nubi tornerà. Tornerete a vederLo, perché la chiaroveggenza originaria, data dalla natura (per certi versi “lunare”) ha dovuto spegnersi del tutto – e questa è la condizione dell’uomo moderno, divisa, solitaria, angosciata, dalla quale vorremmo sempre fuggire. Potrà tornare in una nuova forma, la veggenza chiara, scientifica ed esatta, per gli uomini di buona volontà che la cercheranno.
Quelle nubi che sembrano velare, invece, manifestano la realtà, ne sono specchio verace.
Nell’Ascensione il Cristo si sottrae allo sguardo fisico dei discepoli, elevandosi alla sfera eterica, all’atmosfera della Terra. Segnando la fine della chiaroveggenza antica ma aprendo la via all’esperienza interiore della Pentecoste.
Il mio sé è risorto dalla particolarità e si ritrova come manifestazione del mondo nelle forze del tempo e dello spazio; il mondo mi mostra ovunque come archetipo divino la verità della propria immagine.

Sotto la Luna e le cinque stelline a sinistra, e un Sole che splende a destra, Karl König ritrae anzitutto un imbuto rovesciato, a indicare forse il processo di disincarnazione che trasforma ciò che mi è particolare: perché non è più un corpo materiale che mi fa dire “io” solo quando sono sveglio, ma un corpo spirituale risorto. L’imbuto si crea tra Luna e Sole e tra le nubi dell’Ascensione che attorniano un triplice monte. Due colline boscose sovrastano un prato fiorito dove a destra un uomo riposa e a sinistra un uomo siede pensoso.
L’uomo sdraiato fa pensare ai pastori che dormivano sotto le stelle, orizzontali come la colonna del fratello animale, e come i fiori o i cristalli, che rappresentavano questo ponte sognante e poetico tra la Terra e il Cielo, ai regni di natura ancora paradisiaci. L’uomo seduto corrisponderà all’altra metà dell’umanità, ai magi, ai conoscitori, agli scienziati: quelli che pensano ben svegli. Perché con la postura reclinata l’uomo a sinistra mette in contatto le parti tondeggianti e cosmiche del suo corpo, che sono il capo, i gomiti e le ginocchia, fornendo volontà al pensare attraverso il contatto con le membra. Quindi c’è una corrispondenza incrociata, si direbbe, come negli emisferi cerebrali, tra il Sole e l’uomo che veglia e il cielo notturno lunare e l’uomo sdraiato.
Di queste due figure Richard Steel dice che l’immagine “contrappone una persona che si rilassa a una determinata ad affermarsi. Pittoricamente, sono le ‘forze del tempo e dello spazio’ che accompagnano l’io in ricerca interiore, rappresentate dalla Luna e dal Sole“.
