La luce dalle profondità dello spirito
tende solarmente verso l’esterno.
Diviene forza volitiva di vita
e riluce nel torpore oscuro dei sensi,
per svincolare forze,
che da pulsioni dell’anima facciano maturare
potenze creative nell’opera dell’uomo.
Il componimento precedente si concludeva con l’enigma del volere, di cui ora parla questa settimana. Una facoltà dell’anima che ha natura istintiva e inconscia – i Trieben dell’anima del penultimo verso sono traducibili con pulsioni, istinti – quelli dello Scorpione di novembre -, e nella progressiva individualizzazione nostra può però essere illuminata dalla luce solare della coscienza e divenire creativa.
Il capitolo 13 della Filosofia della libertà dice esattamente come svincolare, quindi liberare forze volitive – Kräfte zu entbinden -, che da pulsioni dell’anima facciano maturare nell’opera dell’uomo la creatività. Che da potenzialità a creare diviene attività, da germe può maturare in frutto.
L’essere umano come comincia a creare artisticamente? A dare forma a un se stesso migliore, e nel contempo a un mondo migliore?
Non attraverso rinunce ascetiche o troppo mortificanti, potature spinte da brama di santità: quelle fanno parte del passato, in cui si sapeva per esempio che, dei tre voti medievali, l’esercizio della castità si sarebbe tradotto in capacità di visione spirituale. Quella della Fdl è piuttosto una via di incessante attività dell’individuo, adatta a moderni Faust (che tanto non obbedirebbero all’Abate), e infatti fa cominciare tutto il cammino della libertà da un Trieb conoscitivo – la pulsione fondamentale alla conoscenza del capitolo due, che urge lì manifestandosi con la ridda di domande che ci suscita il mondo.
Anche per il volere entra in campo l’attività focosa di tutti i nostri desideri, che poco alla volta potranno essere sempre meno egoistici, sperimentando che lo spirito offre gioie superiori rispetto ai piaceri della natura, che dà somma soddisfazione tendere a ciò che è più difficile, e che è possibile godersi anche il travaglio, la lotta, in vista di una meta ambita.
Subentra una qualità che può maturare nello Scorpione, legato al pianeta Marte, della lotta paziente per la difficile trasformazione che riposa sulla conoscenza profonda di noi stessi, delle prove dell’Io e delle tribolazioni che si vivono cercando di superare la nostra condizione egoica[1].
Questo processo di emancipazione del volere nel tredicesimo capitolo è espresso genialmente con una formula matematica. Vi si dice che il valore del godimento della vita – e questa settimana parliamo anche dell’acqua profonda e limacciosa scorpionesca, della vita biologica che si genera e soprattutto della morte, di ciò che è sensoriale e sensuale -, dunque il valore del godimento della vita risulta dal rapporto frazionario tra piaceri effettivamente goduti e la somma totale dei bisogni.
VdGV= P/B.
Quindi se da un lato è vero che “chi si accontenta gode”, dall’altro è anche vero che chi vuole godere sempre più dei piaceri offerti dalla vita biologica deve attivarsi tantissimo! E così facendo però la paga: viene consumata, quella vita, e con essa si possono consumare anche le brame (in una specie di anticipazione del Kamaloca), quei Trieben di natura che ora si sono sperimentati e si possono trasformare, uccidendoli un poco alla volta[2].
Rovinarsi lo stomaco mangiando smodatamente fa scoprire, con la necessità di curarselo – se ce lo curiamo! -, la temperanza nell’alimentarsi e la gioia nel liberarsi dall’ingordigia.
Il Calendario dell’anima di questa settimana accenna a un processo analogo: possiamo liberare forze di volontà, per poter creare, perchè nel profondo dello spirito libero di tutti noi c’è uno Streben – il tendere, l’anelare, lo sforzarsi – della nostra luce individuale a effondersi fuori, a manifestarsi, “come ogni germe di rosa è chiamato a divenire rosa” (capitolo 10).
Luce è anche l’intuizione morale che anela a divenire – colma di forza di volontà di vita – azione umana cosciente. E che si riveste di colori nella fantasia morale. Quella luce, come tutti i bambini, vuol scendere dalle stelle per incarnarsi.
“Nel buio invernale esteriore, brilla una luce che si espande dall’anima verso l’esterno, come la luce del sole nell’universo. Raggiunge così il proprio essere corporeo, illuminandolo nelle sue facoltà percettive sensorie. Il bambino dello Spirito nato come germe in estate, risorto dal suo guscio in autunno, si manifesta ora come potenza di luce e calore e colmo di forze di volontà di vita. Il calore contenuto nella luce, si assimila alla volontà personale, conferendole maggior forza, affinché si destino energie che si tramutino in potenza creatrice, che si possa riversare, plasmatrice, nelle proprie opere” (Claudio Gregorat).
Das Licht aus Geistestiefen,
nach außen strebt es sonnenhaft.
Es wird zur Lebenswillenskraft
und leuchtet in der Sinne Dumpfheit,
um Kräfte zu entbinden,
die Schaffensmächte aus Seelentrieben
im Menschenwerke reifen lassen.
La luce dalle profondità dello spirito tende solarmente verso l’esterno. Diviene forza volitiva di vita e riluce nel torpore oscuro dei sensi, per svincolare forze, che da pulsioni dell’anima facciano maturare potenze creative nell’opera dell’uomo.
König illustra l’operare di questa luce che diventa vita e illumina i sensi, liberandone forze. Qui ne compaiono cinque. In alto il senso della vista, poi il gusto, l’udito, infine l’olfatto e un ultimo senso in basso, il più interessante. Questo senso misterioso – a un primo sguardo potrebbe sembrare il tatto, ma ne risulta un altro, o forse due, a uno studio più attento – nel disegno spunta dai lobi frontali come una specie di lancia o di spada, di antenna o di corno, di colonna o di pungiglione.
Oltre che gli organi riproduttivi, responsabili della generazione (che non è ancora un processo creativo), lo Scorpione “governa” anche i lobi frontali e la colonna vertebrale che unisce i due poli. La corteccia prefrontale è coinvolta nell’intelletto analitico, che facendo a pezzi la realtà, mortificandola nell’astrazione, ci dona anche un inizio di autocoscienza.
Tra i dodici sensi, è legato allo Scorpione il senso della vita!, e niente di meglio che chiedere a Karl König stesso con quale altro senso esso stia in relazione, già nei primi anni di vita del bambino [3].
Il senso della vita, che ci fa percepire se siamo stanchi o vigorosi, se abbiamo fame o sete, ha come suo organo di percezione il sistema nervoso autonomo, vegetativo: è lì che risiedono tutti i nostri impulsi e processi vitali e da esso vengono portati alla soglia della coscienza tutti gli stati di benessere e malessere.
Ma anche il senso del pensiero altrui – che dalle parole permette di capirne il significato -, che si forma durante il secondo anno di vita del bambino, trova nel sistema vegetativo il suo organo di senso.
Proprio il tessere vivente di questi processi di costruzione e di distruzione – quindi “lo Scorpione” – è l’organo di senso del pensiero. In particolare lo è il sistema nervoso parasimpatico, con il nervo vago, che serve alla percezione delle condizioni di forma[4].
La pedagogia Waldorf conosce bene questo nesso tra i processi vitali e quelli che danno forma ai pensieri: forze di vita plasmatrici degli organi che si liberano attorno ai sette anni per divenire attive quali forze di pensiero.
Interessante anche quel che dice Soesman[5] sul senso del pensiero, che deriva dalla capacità di “cancellare”, di trascendere le parole per arrivare a cogliere l’idea.
«Ebbene, il senso della rappresentazione, del pensiero, sta in una posizione polare rispetto al senso della vita, a quell’organo di senso con cui percepiamo le nostre condizioni di salute, percepiamo il nostro corpo vitale, la nostra costituzione. Entrando nel mondo delle idee invece penetriamo in un ambito completamente diverso. È comprensibile come le idee non abbiano niente a che fare con il nostro stato di salute. Anzi al contrario: per arrivare al mondo delle idee dell’altro, che è completamente silenzioso, dobbiamo rinunciare al nostro senso della vita. Per farlo dobbiamo aver prima sviluppato estremamente bene tale senso. Possiamo infatti sacrificare qualcosa quando quel qualcosa da sacrificare esiste. […]
Che cosa abbiamo imparato in verità con il nostro senso della vita? Le fatiche della vita! Non potremmo mai arrivare alla verità se non avessimo mai provato dolore. Dobbiamo affaticarci per arrivare alla verità, e per fare questo è necessario lottare interiormente, spiritualmente. Se ci si domanda dove nasca la verità nell’animo umano, si scoprirà che essa nasce sempre là dove si è sopportato un grande dolore. Rudolf Steiner chiama la saggezza “dolore cristallizzato”. Per questo è tanto importante che si facciano fare ai bambini anche cose faticose. Anche il contrario è importante: fare fatica per astenersi da qualcosa. […] La vera pazienza, saper aspettare, il dover lottare per conquistarsi qualcosa: questo soltanto crea una base feconda per lo spirito».
In conclusione, tutti i sensi si formano dalla luce, che se li cesella fin nell’oscurità del corpo fisico per venir percepita, ma il processo continua in questo dialogo tra vita e luce, in cui la luce fa crescere anche la vita spirituale individuale della volontà. Questo non è più un processo organico, entra nel campo della libertà umana nella misura in cui lo Streben della luce, il suo tendere a manifestarsi anche nei sensi, noi lo facciamo nostro. Portiamo luce di coscienza nella vita per spiritualizzarla, per portare a manifestazione una nuova forma di noi stessi, più libera, andando a trasformare la forma precedente, offerta dalla natura.
Al centro del disegno, a emanare quella luce multicolore che illumina l’uomo nelle sue facoltà percettive sensorie, c’è un solido con dodici facce pentagonali – ancora il cinque dei sensi, ma il cinque è anche il futuro Giove, effetto della trasformazione della Terra attuale nella Gerusalemme celeste e dell’uomo in Angelo, del suo corpo astrale nel Manas dell’Io superiore.
Il solido a dodici facce – che nella prospettiva del disegno può assomigliare anche a una bara: la morte di novembre – simboleggia l’evoluzione futura di tutti i dodici sensi, però il dodecaedro è anche uno dei cinque solidi platonici, quello legato all’etere, la quintessenza, la sostanza vivente del Cosmo, che nel Cda 31 porta vita spirituale anche nella volontà.
“Nel processo di inspirazione dell’anima ora siamo nella sfera di Giove, pianeta che ricorda la fase evolutiva denominata antico Sole, fase in cui il Cosmo ha iniziato a risplendere di luce. Le entità che agiscono dalla sfera di Giove sono le Dominazioni, o Spiriti della Saggezza.
La Luce ora diventa forza di volontà per la vita; siamo quindi in una situazione opposta a quella del Prologo di Giovanni, nel quale ci viene detto che la Vita era la Luce per gli uomini; l’uomo ora diventa creatore, è un processo evolutivo di risalita legato alla vittoria sulle tenebre presenti nell’anima” (Enzo Nastati).
Dunque è in corso un processo di maturazione, ad opera della luce, che a inizio maggio (5, versetto polare al “nostro” 31) manifestava il creare degli Dei e che si dispiegava anche nella nostra anima, ampliandola, per generare frutti a inizio settembre (22, versetto complementare) che nel corso del tempo faranno maturare il sé dell’uomo dal sé del Cosmo. E ora (31) anche l’uomo può divenire creativo in virtù di quella luce di Saggezza interiorizzata.
[1] https://www.larchetipo.com/1997/nov97/calendario.htm
[2] Si veda, nella nota precedente: “Lo Scorpione teme e sfugge sempre la luce. Se lo si espone alla luce del Sole e lo si priva della possibilità di nascondersi da essa, lo Scorpione si suicida pungendosi“.
[3] Karl König, I primi tre anni del bambino, Il Capitello del Sole
[4] Ivi, pp.126-7
[5] I dodici sensi – Porte dell’anima, Natura e Cultura Editrice, p.180-4

