Parla all’universo,
dimentico di se stesso
e memore della propria condizione originale,
l’io umano che sta crescendo:
liberandomi dalle catene della mia egoità
in te fondo il mio vero essere.
È in atto un dialogo tra l’io dell’uomo – il piccolino di famiglia, il giovane germoglio, l’ultimo nato che ancora sta crescendo – e tutto il mondo (Weltenall) che si manifesta nella natura anch’essa ora germogliante e fiorente. Nel contemplarla dimentichiamo noi stessi, la nostra condizione egoica frutto del peccato originale, ci perdiamo nel mondo, così trovando seppur ottusamente il noi stessi migliore, quel germe divino originario che è stato appena riconosciuto dal cosmo, dai mondi spirituali. Perdiamo noi stessi – ci dimentichiamo – perché sono migrati lontano i pensieri astratti coi quali tentavamo di conoscere, ma in compenso si è acceso un sentimento di sé obiettivo. Ritroviamo noi stessi – ci ricordiamo – nella coscienza cosmica, nello spirito che ci ha riconosciuti e ritrovati.
Il dialogo in realtà, ogni vera conversazione può avvenire a queste condizioni: l’altro, in questo caso il cosmo, sta pensando i nostri pensieri, ci conosce, ci ri-conosce. E così poi l’uomo che gli parla, dicendo «non io, ma …Tu!».
Cosa dice ogni uomo al cosmo primaverile?
Pronuncia le parole del riconoscimento dell’Essere, e quindi del discernimento dall’inessenziale, che comincia a trovare il vero se stesso e si dice: da lì io vengo, lì io sono, da lì io ri-parto!
Il cammino poi è lunghissimo per liberarsi dai ceppi, dalle catene interiori e fondare il proprio vero essere. Il verbo tedesco ergünden si può tradurre fondare perché c’è la parola Grund che vuol dire terreno o motivo. Ma ergünden è anche un sondare in profondità, scoprire le cause e trovare noi stessi, come a dire, con la Filosofia della libertà, pensare fino in fondo il concetto di noi.
Ma questo è un concetto in divenire, potenziale, che risulterà dalla sommatoria finale delle azioni che sono state frutto di libera volontà. È un concetto aperto, che cresce poco alla volta, come fa la mela che avrà bisogno di tutto il calore solare estivo per maturare.
Parla all’universo, dimentico di se stesso e memore della propria condizione originale, l’io umano che sta crescendo: liberandomi dalle catene della mia egoità, in te fondo il mio vero essere.
Anche i disegni di König maturano poco alla volta col Calendario dell’anima, e un particolare che prima era il punto di arrivo del ragionamento, del componimento, ora si sposta in primo piano. E da lì si riparte con successive modulazioni.
La mela che nel disegno n.2 era in basso (il frutto che l’anima sa trovare in sé), ora campeggia al centro: è la mela di Eva e di Adamo, quella che soffoca Biancaneve e la uccide, che rappresenta le catene o i ceppi – principalmente di sentimento – che ci legano all’egoità. Quel sentimento sorge per il fatto che siamo immersi nei nostri corpi, e nei suoi aspetti polari di paura e vergogna normalmente ci offusca la visione della nostra condizione originaria, anteriore al peccato. Si frappongono i colori complementari della mela: la paura che ci rende verdi, lividi o pallidi, e la vergogna che ci fa arrossire.
Il conosci te stesso passa attraverso la chiara visione di come quei sentimenti fondamentali continuiamo a portarli in noi, nei molteplici riflessi loro (il tema del riflesso era già presente nel disegno n.51), riflessi che nel n.3 sono tutti in qualche modo “sbagliati”: la mela si riflette al contrario, nel disegno, sotto la linea di orizzonte, sul piano orizzontale – lo specchio liquido dove poggia anche la barchetta umana. La mela riflessa sotto ha il suo lato verde a destra, la mela centrale più definita ce l’ha a sinistra, mentre la mela superiore tutta gialla manifesta la ferita originaria, la sciabolata o il colpo gobbo luciferico che ha diviso in due – ma fu una felix culpa – ciò che in origine era uno.
Anche la figura umana è una ripresa di un’immagine precedente, la 49a, quasi complementare a questa 3a, là il nocchiero era a sinistra e protendeva interiori raggi di speranza al vicino giorno, che è ormai avvenuto al mattino della Pasqua, e infatti l’uomo tutto blu in dialogo col cosmo ora è sulla destra e guarda a tutto il passato, ma nel passato vede anche il suo futuro possibile, la mela cosmica che verrà. Anche il suo duplice riflesso, sopra e sotto, ha qualcosa di sbagliato, perché la figura centrale è blu, mentre il suo riflesso sull’acqua è rosso. Le due metà della Filosofia della libertà, che insegnano a raggiungerla, consistono nell’aggiungere volontà al pensare e aggiungere coscienza, destezza al volere, trasformando il verde in rosso e viceversa.
Colui che è venuto a portare la spada dell’io ha già rivoluzionato le cose, le ha messe a gambe all’aria e a testa in giù: ha posto le condizioni perché noi possiamo mutare mente (intanto che Lui cresce, come l’io dell’uomo di questo componimento, e noi diminuiamo liberandoci delle catene soggettive, legate ai colori della mela) e possiamo vedere faccia a faccia ciò che normalmente vediamo nello specchio, per speculum in enigmate. Affinché ci liberiamo come nel mito della caverna, e divenga buono quel che in noi nasce dal cuore. Perché davvero dopo il mistero del Golgota i tempi sono cambiati e pure l’anima umana, in tutto c’è un moto di risalita, nella natura che spinge fuori e sopra i teneri getti, a immagine della innovazione, della svolta cosmica e terrena che è l’essenza della Pasqua.
Notiamo solo un’ultima cosa: nel disegno n.49 il nocchiero che stava in piedi sulla barca additava al futuro davanti a sé, protendendo raggi di speranza attraverso il suo gesto, mentre qui è forse riconoscibile un preciso gesto euritmico.

Questo sarebbe il gesto della comunicazione, della Parola scambiata, che è consolatrice secondo il serpente verde della Fiaba di Goethe. In questo caso la parola rivolta dall’io dell’uomo – bello dritto sulla sua barca, sull’arca che lo traghetta nella vita – alla mela cosmica.
Il tedesco mitteilen è anche il verbo della comunione, dello spezzare il pane per con-dividerlo, della Parola che si comunica quando ci si confida. Significativo che il mitteilen regga la preposizione an, che indica un processo che arriva a un limite, ma lì rispettosamente si ferma. Al confine tra me e la tua libertà si ferma la parola.
