Creandosi di continuo
l’essere dell’anima si accorge di se stesso;
tende oltre lo spirito del cosmo,
vivificato a nuovo nell’autoconoscenza
e dall’oscurità dell’anima crea
il frutto di volontà del senso di sé.
«Il corso dell’anno ha una sua propria vita. A questa vita l’anima umana può partecipare. Se fa agire su di sé quanto dalla vita dell’anno diversamente le parla, di settimana in settimana, allora solo grazie ad una tale partecipazione l’anima troverà veramente se stessa. Sentirà che così le si sviluppano forze che la corroborano da dentro».
Con queste parole Rudolf Steiner introduceva al senso generale della meditazione dei versetti settimanali.
Sulla via del corso del tempo del Calendario, dove l’anima sperimenta se stessa e l’unione con l’Essere Universale nelle varie fasi, secondo le stagioni, nel componimento 24 ritorna ben quattro volte il “sé” o il “se stesso”.
Il soggetto sembra cambiare, ma sono in stretta relazione i due soggetti – l’uomo e il Cosmo – : c’è l’essere dell’anima, che edificando continuamente (stets) se stesso prende coscienza di sé; e c’è lo Spirito del Cosmo, che allora fa due cose: 1. tende oltre (strebet fort), vivificato a nuovo (neu) nell’autoconoscenza, anche umana e 2. crea dal buio dell’anima il frutto di volontà del senso/sentimento di sé.
Nella vita, sono di continuo all’opera il percepire e il pensare che uniti creano la conoscenza, come in un moto pendolare. Questo è vero per la coscienza diurna come per i gradi di coscienza, e relativa conoscenza, più elevati (per l’uomo di oggi ancora “notturni”) cui accenna il Calendario dell’anima, in cui si realizzano quella coscienza e autoconoscenza dell’uomo che lo mettono in relazione con lo Spirito del Cosmo. In esso siamo immersi, ma ancora non lo distinguiamo, e attorno a noi vediamo, d’autunno, dissoluzione e non vita spirituale che si sprigiona.
Questi sono i giorni dell’equinozio autunnale – in cui l’anno “svolta” dal prevalere della luce esteriore al prevalere della tenebra -, entra il Sole in Bilancia, attributo di Michele che si festeggia il 29 settembre.
In questo tempo, sembra dire il componimento 24, si crea anche un equilibrio “pendolare” dinamico tra uomo e Cosmo che cooperano all’evoluzione di entrambi. Oltre che un equilibrio tra il dì e la notte, cioè tra la coscienza diurna e quella notturna.
Di continuo l’essere dell’anima si edifica, già nel rappresentare, come nel percepire si desta, si divide dal mondo accorgendosi di se stesso (solo che così si isola e si perde il mondo…); lo spirito del mondo, vivificato dal fatto che l’uomo si conosca, tende oltre: all’uomo porta un impulso alla conoscenza e non solo alla coscienza, aggiunge al percepire e al rappresentare l’attività spirituale del pensare che diviene cosciente e vivente.
Giustamente Gregorat ci ricorda la frase del mistico Silesio: «Tanto importa a Dio di me, quanto a me di Lui. Io lo aiuto a custodire il Suo essere, come Egli mi aiuta a custodire il mio».
E la Seelenfinsternis, l’oscurità dell’anima – dalla quale lo spirito cosmico fa nascere il senso di sé come frutto di volontà – non ha niente di tenebroso in senso morale: è forse in relazione con l’anima senziente, quella più unita al corpo fisico, legata all’opacità dello specchio che rende possibile un inizio di autocoscienza.
«In questo periodo l’Essere dell’anima, l’Io, il nostro centro interiore, che percepiamo normalmente nell’anima razionale-affettiva, si avvede di sé, cioè prende coscienza – questa volta nel sentire – della propria realtà cosmica in relazione alle sue attuali condizioni, e questo processo di autocoscienza è sostenuto dall’entità di Michele.
Lo spirito dei mondi, ossia l’impulso evolutivo Cristico, tende oltre (stimolandoci così a superare l’attuale condizione) in quanto vivificato dal fatto che Egli guarda all’anima umana vivendo in essa grazie alla risvegliata autocoscienza dell’uomo, dalla quale originano pensieri, sentimenti ed atti morali». (Enzo Nastati)
«Lo Spirito cosmico trova se stesso rinnovato attraverso ciò che impara dalla sua propria immagine terrestre, mentre l’uomo, trovando in se stesso l’immagine del cosmo, diventa maturo per riconoscere la sua responsabilità quale essere cosciente (Io)». (Eleanor Merry)
Durante l’estate la luce esteriore è entrata nell’uomo che ha “ricevuto la luce”; ora questa luce interiore può essere restituita al mondo – trovando in esso lo spirito e non solo la maia – attraverso il motto del periodo di San Michele: “Guarda attorno a te”. Nel componimento 23 era sintetizzato dalle parole: “io stesso contemplo nelle ampiezze spaziali…”.
Uno schema prezioso può chiarire questo processo stagionale:

Lo disegnò Steiner alla lavagna nella conferenza Dornach 8 aprile 1923, appartenente al ciclo 223, Il corso dell’anno come respiro della terra.
Rimandiamo alla vostra lettura gli approfondimenti, ma in sintesi …è così che si sono formati, e si formano, tutti i sensi (anche il senso di sé): dall’operare della luce che cesella nei vari corpi quelli che diverranno gli organi di percezione per le sue manifestazioni. E che in particolare d’autunno possono portare a una conoscenza scientifico spirituale della natura1. Steiner disse:
«Per l’umanità attuale è di importanza del tutto speciale il tempo che dall’illuminazione, dapprima rimanente ancora inconscia per gli uomini, porta all’autunno. Lì vi è il punto in cui l’uomo, che comunque deve arrivare alla conoscenza della natura, deve cogliere in essa l’immagine di una conoscenza divino spirituale. Allo scopo nulla vi è di meglio che una festa del ricordo come quella di Michele. Per festeggiarla giustamente, da essa deve scaturire la comprensione tutta umana del problema: come ritrovare la conoscenza dello spirito nell’attuale grandiosa conoscenza della natura? Come metamorfizzare la conoscenza della natura in modo che diventi conoscenza dello spirito? In altre parole: come si vince ciò che lasciato a se stesso dovrebbe imprigionare l’uomo nell’elemento subumano? Deve avvenire una svolta…».
Edificandosi di continuo l’essere dell’anima si accorge di se stesso; procede oltre lo spirito del cosmo, vivificato a nuovo nell’autoconoscenza, e dall’oscurità dell’anima crea il frutto di volontà del senso del sé.
Sich selbst erschaffend stets,
Wird Seelensein sich selbst gewahr;
Der Weltengeist, er strebet fort
In Selbsterkenntnis neu belebt
Und schafft aus Seelenfinsternis
Des Selbstsinns Willensfrucht.
Ma come farà König a tradurre in immagine la complessità di questi versi? …Che genio!
Il tema è l’equinozio – quindi il momento in cui dì e notte durano altrettanto – e qui è squadernato in una assoluta …orizzontalità. Permane la dimensione delle ampiezze spaziali, contemplate già (“Guarda attorno a te”) nel componimento precedente. Il Cielo qui è rappresentato sulla Terra: nel campo di sinistra splende il Sole, nel campo di destra la luna e le stelle.
Perpendicolare come l’asse della Terra equinoziale, e in lieve salita costante, è il retto cammino evolutivo umano: un’ampia strada luminosa azzurro gialla che si pone “tra” il diurno e il notturno, in equilibrio tra le polarità.
Questo cammino virtuoso avviene per gradi – forse tre gradi di coscienza ulteriori oltre a quella di veglia – nel tempo, lungo parecchie incarnazioni, in cui uomo e Cosmo conoscendosi si avvicinano. Questa gradualità è espressa nei versetti in diverse parole: anzitutto lo stets (continuamente) del “si edifica” del primo verso, nel prefisso fort del verbo fortstreben, che indica l’anelare, il tendere oltre, e nel neu, l’avverbio riferito al vivificarsi “a nuovo” dello Spirito del Cosmo.
Questi è il serpente verde (e blu) sacrificale, Colui che ha la vita, nel ritmo della lunghissima colonna vertebrale. Anziché limitarsi a fare l’uroboro in cielo – mangiandosi la coda che viva com’è continuamente ricresce, nei cicli infiniti della natura che incorniciano il Tutto – qui fa il ponte, vivente e ritmato, tra il dì e la notte, ai due lati orizzontali del foglio, e incrocia onnipresente, “fino alla fine dei tempi” la via, che dalla condizione attuale dell’osservatore posta al sud, porta alla libera meta futura dell’uomo, al nord.
Questa è rappresentata dal tempietto cui l’essere dell’anima lavora, continuamente edificandolo – che ha una soglia, dai battenti regolarmente serrati quando ne siamo ancora lontani, sovrastati da un timpano “alato”. La meta che l’uomo può proporsi, se vuole, è posta tra due colonne.
La colonna di sinistra, diurna, fa pensare alla dimensione eterica col suo serpente avvolto e affisso; da quella di destra, notturna, si schiudono foglie ma anche un’infiorescenza apicale che addita all’astrale. Sono anche le due colonne che all’ingresso del tempio massonico esprimono le polarità: attiva o maschile e ricettiva o femminile.
Tra le due colonne – dove qui sta il tempietto, la meta lontana – nell’ottavo arcano maggiore dei tarocchi sta la Giustizia, seduta in trono, reggendo i due strumenti di Michele, la bilancia e la spada.
Per concludere queste riflessioni equinoziali, sembra che questa splendida immagine di Karl König congiunga in sé anche quel che Platone e Aristotele pensavano delle virtù che l’uomo può acquisire. Se per Platone la Giustizia era la quarta virtù cardinale, dopo e come risultato di tre conquiste precedenti – di Saggezza, Coraggio e Temperanza congiunte -, per Aristotele le virtù si moltiplicano2 e ognuna, per essere tale, deve incarnare il “giusto” mezzo tra passioni polari, che deriva dal reale superamento di entrambe.
Per Aristotele ogni virtù ha in sé la Giustizia di porsi in equilibrio “tra” opposte passioni.
1 “Se l’occhio è sano, incontra nel mondo il Creatore”, scriveva Schiller
2 Per esempio, sono ugualmente virtù “liberatrici”, dalle passioni polari: mansuetudine (tra iracondia e impassibilità), verecondia (tra sfrontatezza e timidezza), moderazione (intemperanza/insensibilità), indignazione, generosità, veracità, amorevolezza, serietà, fermezza, magnanimità, magnificenza.

